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Alessandro Benetton: come un brand di abbigliamento ha sfidato i giganti della Formula 1

Alessandro BenettonAlessandro Benetton

Quando i Benetton arrivarono nel paddock della Formula 1, molti sorridevano. Una famiglia di Treviso che faceva maglioni pretendeva di competere con i costruttori che avevano fatto la storia dell’automobilismo. Oggi, a distanza di oltre 30 anni, Alessandro Benetton ripercorre quella stagione con la lucidità di chi ha trasformato lo scetticismo in un vantaggio competitivo. Lo ha fatto nel podcast “High Performance”, in una lunga conversazione che attraversa i due titoli piloti con Michael Schumacher, il Mondiale costruttori del 1995, ma anche le giornate più buie di quell’epoca.

La storia comincia lontano dai circuiti. Alessandro Benetton lavora a Londra per Goldman Sachs, primo italiano ad aver varcato quella soglia, anche se ammette con ironia che il suo compito consisteva soprattutto nel preparare caffè e fare fotocopie. Un giorno il padre si presenta nel suo ufficio: la famiglia ha acquistato una scuderia di Formula 1 e lo zio è preoccupato per i costi. Alessandro, bravo con i numeri, dovrebbe dare un’occhiata ai conti nel tempo libero. Il primo fine settimana prende il treno per Witney, dove si trova quella che chiama “fabbrica” ma che somiglia più a una piccola officina di riparazioni. Sulla porta di una stanza trova un cartellino con il suo nome: “Alessandro Benetton, Chairman”. Ha 24 anni. “Mi sono sentito male per due ragioni”, racconta. Non era preparato, e quello era l’opposto di ciò che cercava: costruirsi un percorso proprio, non imboccare una scorciatoia.

Lui stesso chiarisce che i Benetton non entrarono in Formula 1 per diventare ingegneri. L’obiettivo era la visibilità globale a budget contenuto: il Gruppo aveva un modello di business esportabile in tutto il mondo ma non le risorse per una comunicazione planetaria. Lo sport offriva quell’esposizione internazionale. Nel 1987, ricorda, il costo annuo della squadra era di circa 2 milioni di sterline.

Nel 1991 un ventiduenne quasi sconosciuto debutta a Spa con la Jordan e si qualifica settimo. Alessandro Benetton, allora a Boston, guarda i tempi del sabato e chiama Flavio Briatore: “Hai visto questo ragazzo?” La risposta è già un programma: “Ci sto lavorando”. Briatore lo avverte che sarà un affare complicato, con tensioni da gestire, e che dovrà preparare il terreno a Treviso, dove la famiglia avrebbe potuto chiedersi se fosse “educato” comportarsi così. Alessandro riconosce che sulla paternità della scoperta si può dibattere a lungo, e che Eddie Jordan ha buoni motivi per rivendicarla. Ma, dice, probabilmente fu Michael a scoprire se stesso, mettendosi in macchina e girando più veloce del compagno di squadra. Più ancora del talento, colpì il carattere. Schumacher non si faceva intimidire dal circuito, dalla giovane età, dalla mancanza di esperienza né dai campioni. Era maturo, determinato, e allo stesso tempo si percepiva quanto amasse guidare. Non dava l’impressione di poter cambiare con il successo, né di potersi distrarre col denaro o l’attenzione dei media.

Il 1994 è la stagione del primo titolo, ma anche quella più dura. Alessandro Benetton guardava il Gran Premio di San Marino da casa, a Treviso, con alcuni amici. Aveva incontrato Ayrton Senna più volte e ammette un senso di colpa che porta ancora con sé: in un primo momento, vedendo l’incidente, pensò che il campione brasiliano, che a suo giudizio a volte esagerava nei toni, stesse semplicemente aspettando in macchina per sottolineare la gravità dello schianto. Ricorda Senna come un essere umano sensibile e speciale. Da giovane Presidente, si trovò a guidare una squadra nel lutto. La sua filosofia, dice, è sempre stata quella di mettere al centro l’aspetto umano. Per Schumacher fu uno shock profondo, perché non era un pilota secondario: era il pilota. Se poteva succedere a lui, poteva succedere a chiunque. Il ruolo di Alessandro Benetton fu tenere insieme il sistema.

La pressione più forte in quegli anni, assicura, non fu finanziaria ma di reputazione. Accettare uno sponsor del tabacco era, per la famiglia, una questione quasi dogmatica: era pratica normale nel motorsport, e quelle aziende erano le uniche con budget adeguati, ma era una scelta al limite per un marchio come Benetton. Poi arrivò la tempesta del 1994: la Federazione trovò nella vettura sistemi di aiuto alla partenza, in un’epoca in cui gli ausili elettronici al pilota erano vietati. Alessandro Benetton racconta di sentimenti contrastanti. Da un lato pensava che Schumacher potesse essere semplicemente fortissimo, anche in partenza. Dall’altro non escludeva che la squadra, troppo desiderosa di vincere, si fosse spinta oltre. Considerava inoltre che l’impresa di una squadra nata dall’abbigliamento che vinceva in pochi anni disturbava un sistema che vendeva l’immagine della tecnologia più avanzata. Aveva due strade: prendere le distanze o difendere i suoi uomini. Scelse la seconda, pubblicamente. Quando la Federazione chiuse il caso senza sanzioni, provò sollievo, soddisfazione e orgoglio per aver difeso la squadra. Il titolo piloti del 1994 si decise all’ultima gara in Australia, con un contatto controverso tra Schumacher e Damon Hill. Nel 1995 arrivò il bis, e con esso il Mondiale costruttori, quello che nel paddock conta di più. Per Alessandro Benetton fu un passaggio fondamentale. L’obiettivo originario, la visibilità per l’espansione dei negozi, aveva prodotto qualcosa di più prezioso: la credibilità della famiglia come partner in altri settori. Poi Schumacher se ne va, direzione Ferrari. L’imprenditore lo racconta senza rancore: “Credo che Michael abbia fatto la scelta giusta”. Quanto alla Formula 1 di oggi, riconosce un lavoro straordinario nel renderla appetibile.

Alessandro Benetton offre infine una chiave di lettura della propria vita, che divide in tre cicli. Il primo è quello della pancia, fatto di istinto e indipendenza, con la scelta di partire per gli Stati Uniti. Il secondo è quello del cervello: il business, il private equity, i numeri. Il terzo, quello in cui si trova oggi, è il ciclo del cuore, dove i due cicli precedenti finalmente si fondono e si può vivere in equilibrio. Anche la sua idea di alta prestazione nasce da qui: fare le cose giuste al momento giusto, quelle che rendono felici, accettando che non tutto accada quando lo si desidera, e riuscendo comunque a godersi il percorso.

 

Per maggiori informazioni:

https://www.youtube.com/watch?v=POhQ6cXNByc

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